Il progetto delle carte PdT (acronimo di “parlami di te”) è un prodotto creativo nato dall’incontro di tre ambiti principali: la filosofia delle scienze cognitive, la psicologia e la fotografia. Per scienze cognitive noi intendiamo quella grande rivoluzione, legata anche ai successi delle neuroscienze, che ha posto le basi per una differente visione del funzionamento della mente e dei processi che sottostanno alla conoscenza del mondo e dell’umano, andando a riformulare quesiti tradizionalmente filosofici: cos’è la mente? Cos’è la coscienza? Come comprendiamo gli altri? Qual è il ruolo delle emozioni? Nata ufficialmente nel 1977, la scienza cognitiva s’è posta l’obiettivo, assieme ad altre scienze empiriche, come la cibernetica e l’intelligenza artificiale, di scuotere radicalmente gli inveterati modi di pensare a noi stessi. Corpo, cervello e mente, dapprima antagonisti, si sono reincontrati e integrati armoniosamente grazie agli sviluppi post-classici che hanno, da una parte, situato la cognizione nell’architettura cerebrale, dall’altra, l’hanno estesa non solo al corpo ma anche all’ambiente. Qui subentra il fattore delle emozioni e dell’aspetto relazionale. La psicoterapia, a grandi linee, si basa sulla comunicazione interpersonale e presuppone un modello della mente – vedasi, per esempio, la psicologia dinamica e la distinzione topografia tra conscio, preconscio e inconscio – della coscienza e dei sentimenti messi in gioco nel setting terapeutico. Da qui l’intuizione di attribuire alla fotografia, con i suoi codici artistici ed espressivi, un vero e proprio strumento di accesso all’interiorità. Questi ambiti costituiscono il nostro retroterra culturale e forniscono la cornice teorica entro cui il progetto ha preso forma ed è maturato. Il riferimento principale che orienta il lavoro che vogliamo presentare, oltre alla crucialità delle emozioni per i processi intellettivi e decisionali, che fa capo ad Antonio Damasio, è la narrazione o, con un inglesismo, lo storytelling.

TEORIE DELLA COSCIENZA E DEL SE’

Con il termine storytelling si intende l’atto e l’arte del narrare, del raccontare storie. Oltre a rappresentare un elemento imprescindibile per le opere di finzione, lo storytelling può essere considerato una modalità attraverso cui l’essere umano organizza e comprende la propria esperienza. In tal senso, è strettamente connesso al nostro “sentirci esistere”. Ognuno di noi, infatti, possiede un senso del sé, un Io a cui le cose accadono e che fa da spettatore. A titolo illustrativo: quando vediamo un oggetto, udiamo un suono, odoriamo un profumo o tastiamo una superficie ruvida con il tatto, l’insieme di queste percezioni viene riferito a un soggetto che ne sta avendo coscienza. Analogamente, quando compiamo un’azione o prendiamo una decisione orientata a uno scopo, entrano in gioco simultaneamente due processi che, secondo il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio, hanno una base biologica e cerebrale. Da un lato, affinché si possa pianificare una strategia di comportamento, mediante il ragionamento pratico, è necessaria la consapevolezza dell’atto che si sta compiendo; dall’altro, il cervello costruisce una rappresentazione di ordine superiore grazie alla quale ciò che pianifica e ciò che agisce viene in essere come un Io dotato di continuità nel tempo. Il senso del sé emerge dall’attività coordinata di più emisferi cerebrali: entrambi gli emisferi destro e sinistro, le cortecce prefrontali ventromediali, le aree somatosensoriali e, specialmente, quelle coinvolte nel sistema limbico. Quindi, ribadisce Damasio, oltre alle immagini che abbiamo mentre stiamo leggendo, oltre ai segni neri che distinguiamo sulla carta bianca, oltre alla consistenza dei fogli piegati e ad altri stimoli intercettati dalle terminazioni nervose che si connettono alle cortecce sensoriali di ordine inferiore, c’è un’altra presenza che si rivela: noi, in quanto osservatori delle cose immaginate, potenziali attori nei confronti delle cose stesse, siamo in grado di sentire quello che ci accade quando il nostro stato del corpo viene modificato dalle interazioni sia con l’ambiente esterno sia con quello interno. Il problema neurobiologico della coscienza affronta come si genera il film nel cervello e come il cervello genera “il senso che il film appartenga a chi lo osserva”. Il Sé, o l’Io, non è stato né discreto, come vorrebbe una certa tradizione razionalista in filosofia, ma è dinamico e processuale: si costruisce nel tempo grazie alla narrazione che fornisce all’individuo consapevolezza del passato e del futuro. Damasio distingue tra la coscienza nucleare e quella estesa. La prima, così come ne tratta nel libro Il sé viene alla mente, fornisce al soggetto un senso del sé limitato all’esperienza del momento presente ed è facilmente intuibile come essa non sia prerogativa esclusiva del genere umano. La seconda, articolata in diversi livelli e gradi, consente invece all’organismo di sviluppare un sé più complesso e duraturo. È all’interno di quest’ultima che si colloca la coscienza autobiografica. Grazie a essa, ci percepiamo anzitutto come persone; soggetti autobiografici con un’identità caratterizzata da ricordi personali, la somma totale delle esperienze della nostra vita e dei progetti che abbiamo fatto per il futuro. Il sé esteso attinge dall’intero orizzonte della nostra storia memorizzata, remota e recente. Una storia che comprende situazioni sociali a cui abbiamo preso parte e che ci hanno formati o di cui avremmo voluto far parte. Vi sono, infine, i ricordi che custodiscono le esperienze emozionali, dice Damasio, più raffinate e quelle che hanno i requisiti per essere definite spirituali. Il sé autobiografico conduce una doppia vita, perché può essere esplicito, dando luogo a una mente cosciente nella sua espressione più nobile, ma può anche rimanere dormiente, in attesa per attivarsi. La coscienza nucleare, che per Damasio si radica nella rappresentazione enterocettiva, omogenea e costante, dello stato interno dei visceri (il Milieu), è patrimonio universale di tutti gli esseri viventi perché non richiede memoria, né quella convenzionale né quella di lavoro. La coscienza estesa, viceversa, abbisogna, oltre che della memoria, di meccanismi cognitivi avanzati quali il pensiero razionale e il linguaggio. Il linguaggio, nello specifico, è necessario alla forma più sofisticata di coscienza: l’autonarrazione. La narrazione è capace di rappresentazione simbolica; già i nostri antenati umani più prossimi, circa duecentomila anni fa, producevano pitture rupestri, sculture e incisioni in roccia, oltre a eseguire rituali funebri elaborati tali da richiedere una preparazione speciale del morto. Questi comportamenti non sarebbero spiegabili se in essi non fosse già sorto un esplicito interesse per la vita, un tentativo di interrogarsi circa il proprio stato nell’universo e di interpretare l’esistenza, assegnandole un valore non solo intellettuale, ma anche emozionale. Un’emozione traducibile con la meraviglia, lo stupore, accompagnata anche dal terrore, il Thaùma di Aristotele. I prodromi della maturazione del sé, dunque, sono già attestabili nell’archeologia e negli studi sulle popolazioni antiche. Qualunque traccia di dispositivi significanti e narrativi rinvenibili nella storia indicano la presenza del sé esteso e autobiografico; un sé che dipende dalla capacità del cervello di trattenere ampie registrazioni mnemoniche relative non solo alle capacità motorie ma anche a fatti ed eventi personali che esprimono l’impalcatura della biografia, della personalità e dell’identità individuale che, infine, sfocia in quella collettiva: miti, religioni, strutture per gestire e governare il comportamento sociale come l’economia, i sistemi giudiziari e la scienza. Per esplicitare ulteriormente la distinzione tra nucleare ed esteso di Damasio, richiamiamo una teoria simile messa a punto da Gerald Edelman. Il biologo, di fatto, parla rispettivamente di coscienza primaria e coscienza di ordine superiore. La primaria è composta da esperienze fenomeniche come le immagini e, diversamente da quella di ordine superiore, è legata a un tempo vicino al presente misurabile. Inoltre, difetta di un concetto di sé e di un concetto del passato e del futuro e, soprattutto, è inaccessibile a un resoconto individuale diretto. In tale prospettiva, lo storytelling assume una funzione adattiva in quanto incarna uno strumento mediante il quale la mente ordina gli eventi della realtà, sia esterna sia interna, rendendoli intelligibili secondo una logica di senso e integrando le informazioni per determinare il senso di unità dell’esperienza in prima persona. Kant, per inciso, avrebbe definito tale operazione un’ideale regolativo della ragione.

ESEMPI DI NARRAZIONE DEL SE’

L’atto del narrare dell’auto-narrarsi è una pratica quotidiana, riscontrabile in ogni settore dell’agire umano. Emozioni e ricordi, in particolare, trovano nello storytelling uno dei canali privilegiati di espressione. Il pensiero narrativo è una vera e propria fucina di senso: genera significati e valori multidimensionali, interpretabili da molteplici punti di vista e rende il vissuto comunicabile sul piano intersoggettivo. La narrazione può avvenire sia a livello individuale – come quando gli artisti e scrittori danno vita a opere d’arte sublimando le proprie pulsioni – sia a livello collettivo. Un esempio rilevante è dato dal percorso psicoterapeutico. Chi intraprende una psicoterapia è chiamato a condividere con il terapeuta la sua storia di vita, condita di gioie, dolori, successi, fallimenti, perdite, conquiste e occasioni mancate. Narrarsi, in tale contesto, non serve soltanto a individuare le radici del malessere riducendo l’incidenza nociva dei sintomi, ma anche a riorganizzare episodi rimasti incompresi o frammentati, per potersi rivolgere all’avvenire con maggiore consapevolezza e con ritrovate risorse. Lo stesso Freud, per come concepiva l’intervento psicoanalitico, affermò come la sparizione dei sintomi fosse un fenomeno affatto secondario e accessorio rispetto all’arricchimento della personalità dovuta alla conoscenza, o forse sarebbe meglio dire riscoperta, dei contenuti rimossi. Prescindendo dagli indirizzi e dalle scuole di pensiero, la psicoterapia in generale può essere intesa come una pratica di storytelling. A partire da immagini o ricordi particolarmente pregnanti, il soggetto avvia una ricostruzione narrativa del sé, sostenuto dall’ascolto attento e interessato del terapeuta. Un passaggio cruciale consiste nel riconoscere che, all’interno del setting interattivo con il terapeuta, il paziente ha la possibilità di costruire nuove narrazioni superando le rigidità del suo punto di vista, così da poter aggiornare la visione di sé, degli altri e del mondo. Spesso, i disturbi psicologici a eziologia aspecifica sono un indice di stagnazione, di blocco del flusso vitale, di riproposizione del medesimo canovaccio con il quale noi ci presentiamo al mondo. Ognuno recita una parte, come a teatro, e alcune ci stanno più strette o forse non rendono appieno il nostro personaggio. Spesso sono parti che abbiamo ereditato dalla famiglia e che ripropongono le stesse dinamiche disadattive della nostra infanzia o dei nostri genitori. Fu Carl Gustav Jung a dire che i figli mettono in scena i conflitti irrisolti delle figure parentali. Trattasi di sceneggiature che necessitano di essere revisionate e attualizzate con nuove “soluzioni drammatiche”. Per questi scopi, esistono numerose tecniche atte a favorire le ristrutturazioni narrative e trovano corrispondenze in ambiti spesso tra i più lontani e impensabili. Si tratta della magia, della musica, della letteratura e della psicologia della forma.

Storicamente ed evolutivamente, la magia incorpora una delle prime forme di pensiero simbolico ed è riconducibile a una sorta di dispositivo semiotico capace di produrre senso e sollievo terapeutico. Un caso emblematico è l’abracadabra, termine di origine mistica attestato nel Liber Medicinalis di Quinto Sammonico Sereno, il medico romano che, oltre a essere uomo di lettere, fu anche tutore di Geta e Caracalla. La parola veniva incisa sugli amuleti, scritta e ripetuta dall’alto all’interno di raffigurazioni triangolari con la punta rivolta in basso. A ogni reiterazione per riga, veniva di volta in volta tolta una lettera, fino alla completa scomparsa della parola: ciò a simbolo dell’estirpazione del male per cui l’amuleto era stato creato. Nell’intervento clinico, la ripetizione svolge un ruolo analogo perché mira a ridurre l’impatto emotivo di ricordi penosi che perturbano il benessere psicofisico. La costruzione dell’amuleto, con la sua qualità apotropaica di protezione dalle minacce, può essere letta metaforicamente come la seduta di psicoterapia, mentre la riduzione progressiva dell’influenza negativa richiama una tecnica narrativa, il diminuendo. In musica e in musicologia, il diminuendo è un’indicazione che prescrive una diminuzione graduale dell’intensità di uno o più suoni, mentre lo sforzando è una specie di diminuendo che comporta l’estinzione totale del suono. L’analogia tra pratiche così dissimili, una pervasa dall’animismo primitivo e l’altra dall’empirismo, non deve tuttavia farci concludere erroneamente che esse siano sovrapponibili. Il paragone serve solo a illuminare il minimo comune denominatore che le accomuna, ovvero il bisogno atavico dell’uomo di dare senso alla sua condizione esistenziale, intessendo storie e intrecci che, in origine, lo portarono a credere di influenzare e dominare le forze della natura tramite la volontà e gli atti occulti. Accanto al diminuendo, vi si trovano altre modalità come il crescendo, che può essere messo in relazione con l’esposizione graduata agli stimoli nelle terapie cognitivo-comportamentali – o lo straniamento letterario, attraverso il quale, nell’intreccio del racconto fa capolino un elemento che risalta, che spicca, un nodo critico della memoria. Teorizzato dal drammaturgo Bertolt Brecht, esso è da intendersi un procedimento artistico volto a negare l’immedesimazione dello spettatore per via di una realtà rappresentata, nello spazio finzionale del palcoscenico, in modo insolito e spiazzante. Nella sua controparte in prosa, l’estraniamento designa una serie di artifici linguistici con cui lo scrittore rivela aspetti inediti di una realtà nota. In psicoanalisi, lo straniamento si verifica nella misura in cui, nel profluvio di associazioni libere, riemerge un’idea assurda che è causa di imbarazzo o vergogna. Nell’iniziale teorizzazione freudiana, ma anche junghiana se pensiamo ai suoi test di misurazione associativi con le parole, la verbalizzazione senza razionalizzazione facilita il ritorno dei contenuti inconsci censurati. Impulsi di desiderio infantile che all’io adulto appaiono di primo acchito inaccettabili e che ora, forte della sua maturità, è in grado di padroneggiare senza che risultino ostili o soverchianti. L’energia degli impulsi non viene più bloccata, ma indirizzata verso una meta più alta, di natura non sessuale: ecco che dall’estraniamento si passa alla sublimazione. Con tali espedienti tecnici – diminuendo, crescendo, straniamento – lo storytelling attiva un meccanismo di influenza e ristrutturazione del vissuto narrato e ciò vale sia per le psicoterapie a breve termine sia per quelle a lungo termine, specie per gli approcci di orientamento costruttivista. Sebbene la psicoterapia, è importante sottolinearlo, sia il luogo prediletto per la “produzione del sé”, lo storytelling opera in qualità di dispositivo di attribuzione di senso anche in altri contesti intersoggettivi che non hanno una finalità clinico-medica. In ambito pedagogico e orientativo, per citare due casi, le persone sono chiamate a dare significato al proprio “mondo della vita”, selezionando episodi e competenze organizzandoli in una trama coerente rispetto alle potenzialità di ognuno. Il coordinamento dei contenuti a cui vengono associati dei valori è annodato dall’attività del sé autobiografico che dipende, per Damasio, da due meccanismi congiunti. Il primo è subordinato al sé nucleare che garantisce che ciascun insieme di ricordi biografici sia trattato come singolo oggetto e reso cosciente, cioè disponibile per la nominazione. La seconda, invece, la introdurremo quando verremo a discutere delle immagini. Per ora ci basta dire che qualunque contenuto cognitivo elaborato dal cervello è automaticamente stimato e associato a un valore che è fondato sulle disposizioni, sia quelle originali (sopravvivenza, conservazione e adattamento dell’organismo), sia quelle acquisite con l’apprendimento nell’arco di tutta l’esistenza. La marcatura del valore determina altresì la coloritura emotiva di un ricordo nel frangente della narrazione. Più liberamente, noi diciamo che le tecniche di storytelling restano operative, spesso in modo silenzioso e implicito, ogniqualvolta due o più persone instaurano una relazione fondata sulla fiducia e la reciprocità. L’identità e il sé, infatti, non si determinano nel vuoto ma tramite il riconoscimento e la risposta dell’altro, come ha mostrato in modo critico Damasio nel suo confronto con il dualismo cartesiano. Per il Cartesio delle Meditazioni metafisiche, la mente e il corpo sono due sostanze, due res, affatto diverse. L’una è indivisibile, discrete e sempre identica a sé stessa, l’altra, essendo composta di parti materiali, è divisibile, mutevole e mortale. La mente è sede del pensiero, delle idee chiare e trasparenti e della razionalità, mentre l’organismo è il teatro degli umori, delle sensazioni e delle passioni. Le passioni, per il filosofo francese, ostacolano il retto giudicare, lo ingannano conducendolo fuori strada. Per il neurologo portoghese, l’emozione e la ragione, la mente e il corpo fanno parte di un tutto unico e organico. Le emozioni sono programmi di azioni complessi e in buona parte automatici messi a punto dall’evoluzione; il mondo delle emozioni è, quindi, un mondo di azioni eseguite nel corpo e sul corpo che vanno dalle espressioni facciali alle posture fino alle modificazioni dei visceri interni. È chiaro che a ogni emozione corrisponde uno stato del corpo che comporta delle alterazioni chimiche e organiche le quali hanno, a loro volta, ripercussioni sulla mente e sulle proprietà fenomeniche di come noi ci sentiamo in un certo momento. Inoltre, l’Io, il percepirsi quale persona con un vissuto e una storia caratterizzanti, non ha una natura isolata ma è interindividuale: il nostro stesso modo di muoverci, di gesticolare, di rapportarci al prossimo è il contrassegno di coloro che ci hanno cresciuto e accudito.

IMMAGINI COME VALUTA DELLA MENTE E FOTOGRAFIA

Il secondo meccanismo che illustra la laboriosità del sé autobiografico mette a segno un’operazione di coordinamento che riguarda tre passaggi, il primo dei quali risulta a noi propizio per valorizzare la funzione che la fotografia può rivestire nel nostro discorso. Nel sé esteso, alcuni contenuti sono evocati dalla memoria e rappresentati come immagini. Le immagini interagiscono ordinatamente con il proto-sé o il sé nucleare e i risultati dell’interazione sono tenuti e conservati sotto forma di ricordi biografici. Ogni immagine viene marcata da un valore che è aggiunto durante la percezione originale e che viene registrato e ravvivata a ogni rievocazione. Ciò significa che il cervello filtra e marca, in base al valore, sequenze di eventi e una gran messe di conoscenza passate cosicché i contenuti attuali saranno coordinati a partire dai valori pregressi. Facciamo l’esempio di un bambino che, di fronte a una fotografia, viene inspiegabilmente attratto dal giallo. Gli si può chiedere che cosa ci sia di così interessante in quel colore. Lui risponde che quella tinta l’associa all’estate perché la lega alla gioia e a tutta una costellazione di sensazioni positive. A partire da uno stimolo visivo, la retina e l’iride trasmettono i segnati alle cortecce di ordine inferiore per poi essere immesse, secondo l’ipotesi dello schema di convergenza-divergenza, in una rete interconnessa alle cortecce somatosensoriale, alle cortecce motrici e alle cortecce associative di ordine superiore al fine di evocare ricordi sollecitati dallo stimolo. Il cammino dello stimolo sensoriale passa dapprima nei nuclei del tronco encefalico, nel talamo e poi nella corteccia cerebrale che sono le strutture coinvolte nella costruzione del sé autobiografico. Il cervello, avvalendosi dell’architettura di convergenza-divergenza, trasforma la conoscenza criptata presente nello spazio delle disposizioni – ricordi biografici marcati da valori – in rappresentazioni esplicite decrittate contenute nello spazio delle immagini. Considerando l’abbondanza delle registrazioni del nostro passato vissuto e del futuro anticipato, l’istanza autobiografica, per quanto possa emergere alla coscienza, è inconscia o, piuttosto, automatica. Le scienze neurologiche, per non creare ambiguità con l’inconscio freudiano, parlano di inconscio cognitivo. Questo per dire quanto le immagini, essendo la valuta principalmente spendibile dalla mente, abbiano un peso incalcolabile per la nostra identità emotiva. Le pratiche narrative si avvalgono in larga misura delle immagini perché l’essere umano pensa prevalentemente con esse. Non esiste prodotto artistico o intellettuale che non affondi le proprie radici in un’attività immaginativa. Per la sua natura immediata e preverbale, l’immagine è un potente attivatore di processi narrativi e creativi, poiché intercetta il pensiero prima ancora della sua traduzione linguistica. Un collegamento pertinente tra lo storytelling, per come l’abbiamo analizzato, e il sé di Damasio è il seguente: sia nel primo che nel secondo, nel momento in cui le esperienze vissute sono ricostruite o ri-esperite, nel corso di un’elaborazione coscienze o meno, la loro sostanza viene rivalutata e riorganizzata subendo modificazioni che, in termini di accompagnamento emozionale, possono essere minime o molto significative. Durante tale processo, entità ed eventi acquistano un nuovo peso emozionale. In sala di montaggio, alcuni fotogrammi della rievocazione sono lasciati cadere sul pavimento, altri vengono rigenerati, restaurati e altri ancora sono combinati secondo i capricci della volontà in scene inedite o mai girate. La metafora del montaggio è perfettamente calzante in ambo le situazioni visto che la materia prima sono le immagini. Ogni anno che passa, la nostra storia viene impercettibilmente riscritta e i fatti trascorsi possono, al nostro sé, acquistare un nuovo peso nella memoria. In linea di massima, già l’istanza autobiografica, coadiuvata da settori anatomici disparati implicati nella costruzione della mente cosciente, è impegnata, in virtù delle sue abilità messe a punto dall’evoluzione, a narrarsi e lo fa servendosi delle immagini. Esse parlano in un idioma che precede la parola. Prima ancora che un’esperienza venga modellata in frasi sintatticamente corrette, essa prende forma a un livello più concreto e visivo. Secondo le teorie linguistiche di Chomsky, che hanno contribuito allo sviluppo della scienza cognitiva, i sistemi che consentono l’elaborazione del linguaggio verbale sono biologicamente installati nel cervello umano. In ambito neuroscientifico, tali sistemi vengono generalmente associati ad aree funzionali dell’emisfero sinistro note come area di Broca e di Wernicke. La prima è coinvolta nella produzione articolata del linguaggio e nell’elaborazione sintattica; la seconda è principalmente deputata alla comprensione della lingua parlata e scritta e all’attribuzione di significato. Queste aree, pur essendo indispensabili per una corretta comunicazione verbale, occupano porzioni relativamente circoscritte della corteccia cerebrale. Il linguaggio nonostante permette la trasmissione di informazioni e la strutturazione logica dell’esperienza e del sé, non sempre è sufficiente per esprimere ciò che una persona sente, pensa o vorrebbe dire. In molte circostanze, le parole arrivano in ritardo, oppure non riescono a restituire pienamente la complessità dei vissuti. Le immagini funzionano come l’esperanto, un retaggio condiviso da tutti gli esseri umani sia a livello filogenetico sia ontogenetico. A voler essere onesti, persino la stessa comprensione delle proposizioni – frasi di senso compiuto passibili di verità o falsità – o di richieste è favorita da rappresentazioni mentali che non hanno una natura linguistica come per Fodor, bensì figurativa e analogica. Se ci viene chiesto, ad esempio, quanti colori ci sono nella bandiera dell’Italia o che aspetto ha il Pino mugo o, ancora, chi è più alto tra Silvia e Roberto, quello che facciamo è visualizzare gli oggetti in questione esaminandoli con “l’occhio della mente”. Tali compiti cognitivi ci obbligano a pensare visivamente, ovvero di riprodurre esperienze simili alla percezione visiva. In altri termini, sia che provengano dall’organismo – l’immaginazione – sia dall’ambiente – la percezione vera e propria – le immagini sono pervasive e investono l’attività del cervello (memoria, logica, ragionamento sillogistico, abilità visuo-spaziali, sentimenti ed emozioni) nella sua totalità.

CONCLUSIONE

Siamo convinti che le immagini, in particolare quelle fotografiche, possano favorire l’esplorazione di contenuti inconsci difficilmente accessibili con il solo dialogo verbale, consentendo nondimeno di agevolare e affiancare il racconto del sé. L’aggettivo “fotografico” che si accompagna al sostantivo include alcune proprietà che le avvicinano alle immagini sintetizzate dalle cellule retiniche e da quelle usate come nutrimento per la mente. In primis, sono la risultanza di un fenomeno ottico, uno dell’occhio l’altro dell’obiettivo. Entrambe rispecchiano il punto di vista situato di una persona che, a seconda della sua posizione, delle condizioni di illuminazione e del buon funzionamento degli apparati oculari, inquadra la realtà da una certa prospettiva e non da un’altra. Infine, le fotografie, specie le istantanee degli album familiari, fungono alla stregua di ricordi biografici a cui le persone assegnano un valore emotivo proporzionale alla situazione immortalata che può essere ritrattata in “sede di montaggio” con il supporto di co-sceneggiatori esperti e qualificati.